YOUTH – LA GIOVINEZZA

youthDopo La Grande Bellezza, Paolo Sorrentino presenta al festival di Cannes il suo ultimo lavoro, Youth – La giovinezza. Sebbene il film precedente abbia avuto il potere di conquistare le scene dell’immaginario collettivo mondiale e quindi imporsi come uno dei caposaldi nella storia del cinema italiano – non è un caso che abbia vinto l’Oscar – Youth, non regge il confronto. Si rimane frastornati e confusi davanti a una pellicola ridotta ad accostamenti retorici, banali e forzati.

Non convince nonostante la sinergia di grandi attori – presenti Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Jane Fonda – e un titolo così accattivante e amabile che solo a pronunciarlo ci si sente bene.
I due protagonisti, Fred Ballinger (Michael Caine), anziano direttore d’orchestra e l’amico Mick Boyle (Harvey Keitel), vecchio regista ancora in attività, ricordano il dipinto di De Chirico “Gli Archeologi” (1940), due figure colme di rovine antiche. Colonne, capitelli, timpani e archi messi quasi a caso come tanti cervelli buttati lì in un significato surreale che dice tutto e niente. Solo nostalgia sgravida.

Siamo in un grande hotel sulle Alpi, dove i very important people si rifugiano per ritemprare il corpo e lo spirito dalle fatiche del successo. Massaggi di ogni tipo, saune, trattamenti di bellezza per il corpo, spettacoli d’intrattenimento serali, lunghe passeggiate tra le montagne in fiore. Non mancano le mucche, tipiche delle zone alpine con il mantello fulvo, provviste al collo di campanelli di varie dimensioni e grandi mammelle piene di latte, qualche ceppo sparso qua e là. Non mancano neppure le grandi “mammelle” di miss Universo piene di silicone che “a parole” fanno rifiorire il vecchio Fred e vedere ”Dio” a Mick.

Rapiti da tutta questa bellezza, tra natura e godimento corporale, la sceneggiatura ci porta di colpo nelle ferite dei personaggi, nei dialoghi pesanti come pietre infuocate ancora di rabbia, nelle tristezze e nelle zone d’ombra di vite che non riescono a dare un senso o ad affrontare il divenire. I personaggi mancano di un loro peso specifico, una connotazione forte e dritta. E’ tutto in superficie.

Resta da dire che la fotografia sorrentiniana (Luca Bigazzi, direttore della fotografia) e il sound creano un certo appeal nell’economia e supportano le parti deboli. Solo gli occhi profondi e lucidi, beffardi, sanamente distaccati di Michel Caine e delle mucche convincono. Il resto: un attore in cerca di un personaggio, una bambina che vorrebbe essere lasciata in santa pace a mangiarsi le unghie, una quarantenne non brava a letto, una miss Universo “depotenziata”, un ex-calciatore trasformatosi simpaticamente in una palla di lardo e la piatta ed inerte solitudine… con il dolce sottofondo musicale di Celing Gazing.

Fortunata GRILLO

 

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SARA’ IL MIO TIPO?

sara-il-mio-tipo-in-salaPer i parigini non esiste altra Francia che la città di Parigi. A’ tout le monde è nota “l’aria sotto il naso” dei parigini. Ma è anche vero, Parigi è sempre Parigi -oltre ad essere un detto famoso è anche il titolo di un film di Luciano Emmer che nel 1951 girò con il grande Aldo Fabrizi- e quindi è una città che si può permettere, e a cui si perdona, tutto per il suo fascino e la straordinaria capacità di essere, appunto, la Ville Lumière

Ciò che, invece, non è facile “perdonare” è il protagonista del film di Lucas Belvaux; un giovane uomo, belloccio, intellettuale, snob -essendo parigino è snob al quadrato- borghese, vanesio, dongiovanni e latore di quella specie umana che porta tanto sorprendentemente a buon fine relazioni liquide… Bauman docetE a proposito di liquidità il film si apre proprio con una carrellata su una donna in lacrime. Scena che trova quasi una cinematografica conclusione sintattica nel finale.

Clement (Loïc Corbery), questo il suo nome, oltre ad essere tutte queste cose, è anche un filosofo-insegnante ed è costretto a trasferirsi nella città di Arras –provincia a nord di Parigi- per insegnare filosofia in un liceo di ragazzi che fanno un po’ di confusione con il nome di Epicuro.

Per quanto il titolo di questo film, Sara il mio tipo? Pas son genre in francese, richiami una sorta di commedia di amorose affinità, esso non corrisponde affatto a ciò. Pur rimanendo nel genere di una leggera histoire d’amour, esso risulta intelligentemente pieno di aspetti reali che seguono un filo di innegabile e precisa analisi nell’affrontare una problematica relazionale da una coscienza diversa. Più reale, più dura, si! Ma più adulta.

Ad Arras il nostro giovane uomo conosce Jennifer (Émilie Dequenne), una ragazza-madre che lavora come parrucchiera, che ama leggere romanzi rosa, cantare in un Karaoke, usare smalti per le unghie di colori svariati e vivere. Clement trascorre una parte della settimana in provincia, l’altra metà appena può, ritorna nella sua agognata Parigi. E così, per lui, Jennifer diventa un modo per passare il tempo e per allietare l’angoscioso ma momentaneo trasferimento “forzato”. Sta di fatto che la ragazza si accorge di tutto questo e, nella sua disarmante semplicità lontana da sofisticherie intellettuali, trova delle soluzioni nel gestire un sentimento appena nato, e nell’assoluto rispetto non solo di se stessa ma anche della realtà così come si mostra.

Clement appare imbalsamato e ridicolo. Un professore di filosofia che gioca ancora con il sillabario delle emozioni e una ragazza che non capisce molto Kant ma è una maestra di vita. La filosofia si scontra con la sophia e tutto il mentale cade a pezzi. Molti registi hanno parlato di questo e molti hanno dato una risposta in base al momento storico. Nel 1963, Fellini nel film “8 ½”, fa commentare per ben tre volte alla giovanissima Cardinale le affermazioni convinte di un Mastroianni di mezza età, sull’incredulità e la vacuità dell’amore: “… perché non sa voler bene… perché non sa volere bene… perché non sa voler bene”.

La preziosità inaspettata di questo film è l’intreccio tra le parole e le immagini che creano spazio in un’ipotesi individuale d’interiorità. Efficace è la carrellata verticale che dall’alto di una libreria scende e rivela le spalle di Clement intento a leggere uno di quei libri. Una metafora visiva, per chi l’ha accolta, di come “tutto un sapere” possa trasformarsi in una spada di Damocle e “ghigliottinare” la testa del professore di filosofia rendendolo completamente distaccato e incapace di vivere le emozioni, se non di nascosto“… perché non sa voler bene”.

Fortunata GRILLO

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NESSUNO SI SALVA DA SOLO

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Castellitto e la Mazzantini –alla stregua dei film precedenti, Non ti muovere, Venuto al mondo – riescono ad animare attraverso le parole e pochi “non-detti” intensi personaggi, donandogli una dimensione, seppure claustrofobica, viscerale ed intensa con calzanti piani e contropiani.
La Mazzantini continua a rivelarsi un’attenta osservatrice della fauna umana, riuscendo a captare anche le più piccole sfumature tra le complicate maglie delle emozioni. Il pregio -e anche il difetto- di questo film è che guarda dritto e dice tutto. Una lente d’ingrandimento sull’intimità di una coppia che percorre questi tempi precari e che cerca quasi disperatamente un sostegno da qualche parte.
Il duo Castellitto-Mazzantini, alla sua quinta pellicola, ormai è riconoscibilissimo nella sua cifra stilistica ed estetica: guarda al cinema intimistico francese; richiama alla mente i drammi di John Cassavetes; strizza l’occhio alle commedie di Woody Allen.

La pellicola, basata sull’omonimo romanzo di Margaret Mazzantini del 2011, racconta la storia di un grande amore tra Gaetano (Riccardo Scamarcio) e Delia (Jasmine Trinca). S’incontrano in una palestra -lei ci lavora come nutrizionista mentre lui è uno scrittore che si tiene in forma- e scatta quasi dispettosamente l’alchimia tra i due.
Delia però è dapprima recalcitrante e diffidente. Lui a furia di “danzarle” intorno, avvolgendola di abbracci, affetto e cibo, la porta a se e comincia a nutrirla -lei soffre di anoressia- inizialmente con “castagnole fritte con la crema” poi con l’irrefrenabile voglia di intrecciare il suo corpo con quello di lei. E da lì molto presto, davanti alla bellezza di Delia, Gaetano viene pervaso dalla gelosia che, come succede di solito in una neo-coppia, lo trascina in un trip mentale fatto di continue domande sugli ex-fidanzati di lei. Ma, come in tutte le storie d’amore, poi gli animi degli amanti sospettosi si placano in un incontro passionale…
Lui s’innamora perdutamente e lei rinuncia al suo percorso professionale perché ha deciso di non lasciare questo ragazzo ma anzi di sposarlo, divenendo a tutti gli effetti, la donna e la madre dei suoi figli. E’ una storia d’amore semplice –quasi “banale”-, il percorso di due ragazzi, che travolti dal sentimento e da tutta la vasta gamma di emozioni che ne deriva, vive quasi senza tener conto degli altri, bensì dandosi amore vicendevolmente per non cadere nel precipizio quando vengono a galla tutte quelle mancanze che creano essere umani bucherellati da traumi emotivi. E di ciò nessuno è immune.
Due ragazzi che cercano di superare i loro nodi traumatici attraverso l’incontro, ma si ritrovano sfiancati perché oltre a intravedere dinanzi a loro l’improvviso “peso di un’insostenibile leggerezza dell’essere”, sono anche davanti all’immagine di una loro vita non completamente messa a fuoco.
L’amore come fuga. L’amore come naturale medicina che spinge verso un’ottica più nitida sulla singola vita umana… quasi dissacrando la coppia.
E allora, cosa si fa? Che cosa fare davanti ad un grande amore finito?
Si va a cena insieme, in un ristorante al centro, per parlare dei figli.

Fortunata Grillo

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MATISSE, ARABESQUE A ROMA

Ritratto di Yvonne Landsberg (1941)

L’arte moderna è d’invenzione; parte come slancio del cuore. Per la sua stessa essenza, dunque, è vicina alle arti arcaiche e primitive che all’arte del Rinascimento”.
Henri Matisse, da una conversazione con André Léjard, 1952

Da questa citazione si può intuire l’arte e la forma mentis di Henri Matisse (1869-1954). Dal 5 marzo saranno esposte novanta opere tra dipinti, disegni, costumi teatrali e tessuti dell’artista francese presso le Scuderie del Quirinale a Roma.

La mostra racconta della fascinazione dell’Oriente negli occhi occidentali di Matisse, pittore rivoluzionario nella storia del Novecento. Artista autonomo e distinto rispetto alle principali avanguardie storiche, sempre alla ricerca della sua dimensione e della sua unicità artistica: “Devo creare un oggetto che rassomigli all’albero. E non il segno dell’albero così com’è esistito in altri artisti… Quelli non sono che gli scarti dell’espressione altrui. Gli altri hanno inventato il loro segno. […] L’importanza di un artista si misura con la qualità di nuovi segni da lui introdotti nel linguaggio plastico”, da Pensieri sul disegno dell’albero riferiti a Luois Aragon, 1942.

Matisse si “meraviglia come un bambino” davanti alla bellezza del colore. Si accorge che il colore può non solo avere un potere descrittivo ma anche essere un mezzo capace di attivare un colloquio con la sfera emotiva. “ Il colore esiste in se stesso, possiede una sua speciale bellezza. Sono i crespi giapponesi che compravamo per pochi soldi in rue de Seine ad avercelo rivelato. Ho capito allora che si poteva lavorare con colori espressivi che non sono obbligatoriamente descrittivi. […] Ero pronto a ricevere davvero i colori in ragione del loro potere emotivo”.

I tratti di Henri Matisse sono semplici e naïf . “Quanto lavoro per raggiungere la semplicità”, così soleva dire a chi voleva sapere del suo processo creativo e di come aveva intuito la sua dimensione artistica.

Capolavori assoluti come Ritratto di Yvonne Landsberg (1941), Il paravento moresco (1921), Edera in fiore (1941), Nudo in poltrona, pianta verde (1937) e i costumi del balletto Le chant du rossignol messo in scena nel 1920, sono presenti nella mostra Matisse Arabesque, fino al 21 giugno 2015.

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PARIGI – VIVERE IL MARAIS

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SEMO O NUN SEMO DI NICOLA PIOVANI

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Dal titolo di una canzone di Romolo Balzani, cantautore e attore romano, Semo o nun Semo è lo spettacolo di liriche popolari romane diretto dal maestro Nicola Piovani e presentato sul palco del Teatro Ambra Jovinelli di Roma dalla Compagnia della Luna fino al 6 gennaio (Pino Ingrosso, Donatella Pandimiglio, Carlotta Proietti, Sara Fois, Massimo Wertmuller).

Semo o nun Semo è nato nel 2003 e da allora continua a mietere successi, acclamazioni, emozioni… Non si tratta di uno spettacolo destinato ad un’ipotesi di pubblico stanco e nostalgico dei tempi andati ma ad un pubblico incuriosito dal poter vivere un paio d’ore ascoltando una musicalità che si sentiva nelle antiche strade di Roma con gli stornelli e le serenate.
La struttura drammaturgica collega testi di Romolo Balzani, Petrolini, Trovajoli e di una zia dello stesso Nicola Piovani. Bello sapere che la canzone Tanto pe’ cantà di Ettore Petrolini (interpretata poi successivamente da Nino Manfredi, Gabriella Ferri, Renzo Arbore…), oltre a raccontare un modo di essere scanzonato e leggero, nasconde una modalità che l’autore aveva per esorcizzare quello di cui soffriva “… un friccico ner core”, ovvero una forma grave di angina pectoris.
Uno spettacolo per tutti (anziani, meno anziani, giovani e giovanissimi). In un tempo in cui la città di Roma è reduce dai romantici quanto pesanti lucchetti di Ponte Milvio, emulati un po’ dappertutto, si scoprono le donne romane che nella loro consapevolezza e semplicità cantavano, a viva voce e nei vicoli de Roma, versi come:
Son nata pe’ i baci e voglio quelli
come gli innamorati se li danno,
li voglio sulla bocca e sui capelli,
poi chiudo gli occhi e dove vanno, vanno
”.
Il pubblico ride e si diverte. Quelli di una certa età guardano ed ascoltano con nostalgia e i pischelli imparano un po’ di storia della canzone romana.

 

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UN RAGAZZO D’ORO

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Un bambino felice, tenuto per mano dal padre, che salta e supera un ostacolo e la voce paterna che gli sussurra: “Insieme noi due siamo invincibili”. Il bambino cresce, Davide Bias (Riccardo Scamarcio), e lo ritroviamo a Milano come giovane uomo creativo pubblicitario che coltiva anche il sogno di diventare uno scrittore.

Davide, nel capoluogo lombardo dove si è rifugiato, cerca di costruirsi una vita con la sua compagna, Silvia (Cristina Capotondi), e desidera trovare pace con se stesso “investigando” nella sua psiche a furia di sedute psicoanalitiche e pillole contro l’ansia e quella strana mania di contare i passi mentre cammina.

Alle spalle un rapporto non facile con il padre Achille, uno sceneggiatore di B-movie di cui il figlio si è sempre vergognato. La madre (Giovanna Ralli) lo informa dell’avvenuta morte del padre e quindi è “costretto” a ritornare nella casa della sua infanzia a Roma dove incontrerà un’affascinante Ludovica (Sharon Stone), e un aspetto del padre più intimo che non gli era mai stato rivelato, perché come dice Avati: “il rapporto padre-figlio è sempre più introverso e riservato rispetto a quello che si ha con la madre”. Da qui Davide inizia un interessante viaggio a ritroso nel suo “spazio interiore”, dove le pillole non sono più gradite e le emozioni, insieme a sentimenti congelati, iniziano a sciogliersi e ad “eruttare” sconvolgendo tutta la sua esistenza.

Anche questa volta il Maestro Avati indaga su quelli che sono i confini nei rapporti e li fa travalicare come un fiume in piena. Così come nel film Una sconfinata giovinezza (2010) in cui il protagonista trascende con la malattia la realtà, qui, nel passaggio del testimone padre-figlio si scambiano le identità in un gioco di specchi e di piccoli travestimenti… Il rischio è di non ritrovarsi più.

La presenza della star hollywoodiana, Sharon Stone, dà un tocco piccante a tutta l’economia del film, non è da tutti avere le più viste, belle e sexy gambe della storia del cinema internazionale!

La sceneggiatura, scritta a quattro mani con il figlio Tommaso e insignita del primo premio al Festival di Montreal, procede delicatamente verso la trasformazione di Davide. I personaggi sono appena abbozzati e anche lo stesso Davide viene fuori dai contorni sfumati. La vera protagonista è la storia. Essa rimane incisiva nella mente dello spettatore.

Avati, classe ’38 e uomo, ormai, con la maggior parte dei conflitti interiori superati, sa come amalgamarsi sapientemente con la problematicità della vita – ha sempre quel sorrisetto ironico e un classico distacco dalle cose pur accogliendole – pertanto riesce a emozionare ancora… De Gregori direbbe “ha la faccia di uno che ha capito e anche un principio di tristezza in fondo all’anima”. I suoi film ne sono la testimonianza e la sua visione può non essere facilmente comprensibile a tutti e quindi il suo “lavoro artigianale” – così lo chiama lui! – può essere visto prettamente di nicchia.

Un ragazzo d’oro è una storia di “confini sconfinati” che mandano all’aria la normale routine quotidiana di piccoli esseri umani. Ad accompagnare il tutto, in sottofondo, una melanconia “jazzistica” e una dimensione enigmatica che sono la cifra stilistica del regista bolognese… Lost in time, and lost in space. And meaning (Rocky Horror Picture Show).

Fortunata Grillo

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The Giver – Il Mondo di Jonas

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Il film è ambientato in un futuro lontano, o in un luogo della mente, in cui l’uomo, dopo tanto dolore e sofferenza, è riuscito a costruire un mondo di armonia e perfezione intorno a sé. Una sorta di Città del Sole come, a suo tempo, pensò il filosofo Tommaso Campanella. Ogni cosa è al posto giusto. Ogni individuo ha un compito ben preciso. Si direbbe un paradiso! Infatti, tutti i membri di questa Comunità svolgono una professione che è affidata in una Cerimonia annuale e presieduta dal Consiglio degli Anziani. Nessuno è escluso. Per Jonas (Brenton Thwaites), uno dei ragazzi della Comunità, è arrivato proprio quel giorno speciale. Lui è destinato a essere il custode della memoria, un compito piuttosto difficile e pericoloso. Sarà il Capo Anziano (Meryl Streep) che comunicherà al prescelto le sue doti e affiderà l’addestramento del giovane all’anziano Donatore, interpretato dal Premio Oscar Jeef Bridges.

Uno dei pregi di questo film è la capacità di instillare inaspettatamente riflessioni acute. A mano a mano che la trama si dipana, si riconoscono –pescando nella nostra memoria collettiva- elementi appartenenti ai sistemi governativi totalitari e dittatoriali (ahinoi!) di non lontana reminiscenza.

I membri di questa Comunità sono tutti uguali e hanno tutti le stesse cose come in un “sistema comunistico”; i bimbi nati non conformi alle qualità fisiche richieste dalle norme comunitarie, sono mandati “dolcemente” al creatore. Ciò succedeva nella metà del secolo scorso con le razze negli estremismi destroidi.

Vedere una mescolanza di atteggiamenti appartenenti a ideologie opposte, produce nello spettatore una sorta di “urlo munchiano” e di rifiuto per tutto ciò, che in nome di qualsiasi ideologia, blocca il fluire di quell’equilibrio instabile e prezioso della vita.

Interessanti sono i richiami biblici: in principio fu una mela nel Giardino dell’Eden a portare l’uomo sul lungo percorso della conoscenza; anche qui, una mela aiuterà il giovane nella sua iniziazione di essere umano.

Il regista Phillip Noyce (Il collezionista di ossa, Giochi di potere, La Generazione rubata, L’Americano tranquillo…) riesce a raccontare verità, non facili da digerire, con leggerezza e linearità attraverso il percorso interiore di un ragazzo che ha la fortuna di “accorgersi”.

La vision di Noyce dona al film un tocco umano pur non tralasciando l’azione; un mix giusto e sapiente per la riuscita e un buon lavoro.

The Giver è tratto da uno dei romanzi, più letti e censurati del mondo, scritto da Lois Lowry. In alcune scuole americane è stato vietato perché accusato di trattare in modo esplicito temi ancora poco affrontati: la sessualità, l’eutanasia e l’infanticidio.

Quante mele ancora da sgranocchiare!

Fortunata Grillo

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NOMACHI, LE VIE DEL SACRO AL MACRO

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Presso il Centro di Produzione Culturale La Pelandra – Museo Macro (Testaccio), è in esposizione la suggestiva e notevole mostra antologica di Kazuyoschi Nomachi.

Attraverso circa 200 scatti nasce un percorso di vita e di esperienza lungo 40 anni, immortalato dal profondo e straordinario “occhio” del fotoreporter giapponese.

Alla domanda su quali siano i soggetti preferiti, risponde: “Le persone. Mi piacerebbe continuare a ritrarre persone in preghiera. Le scene di preghiera o pellegrinaggio sono straordinarie per osservare le persone che, nell’atto di confrontarsi a mente sgombra con qualcosa di tanto elevato, si guardano dentro.”

All’età di 25 anni, il suo primo viaggio, nel deserto del Sahara, lo porta a confrontarsi con la popolazione autoctona che vive in condizioni molto difficili in un paesaggio vasto e arido.

Gli occhi, il viso, i gesti e la semplicità del vivere di queste persone trovano un forte ascendente sul giovane uomo il quale incomincerà a fotografare con maestria “l’esistenza quotidiana del sacro”, riuscendo a catturare quella grande dignità che “muove” queste genti, forti di spirito e di tempra.

E così già da quel primo viaggio, Nomachi decide di fare come mestiere il fotoreporter delle “vie del sacro” rispondendo ad una sua intima esigenza come professionista e uomo. “I tanti viaggi nel Sahara mi hanno fatto riflettere seriamente sui motivi della vita in un ambiente ostile e su cosa renda spiritualmente sostenibile quella condizione”.

Dalle dune di sabbia del Sahara alle altitudini immense del Tibet, dalle rive del Nilo alle chiese rupestri dell’Etiopia e dalle sacre città dell’Islam fino alle vette estreme delle Ande. Dai visi dipinti di cenere sacra di giovani del Sudan ai gesti semplici di pastori, dalle giovani donne berbere che allattano i figli a uomini in preghiera davanti alla Pietra Nera nella città di Mecca, dai grandi paesaggi desertici raffiguranti “treni di cammelli” al viso di un ragazzo Nuer che succhia latte direttamente dalle magre mammelle di una mucca.

“…trovarsi la notte sotto il cielo stellato del Sahara nel silenzio sconfinato: tutto ciò fa sentire l’individuo, nella sua solitudine, a confronto con qualcosa di immenso, di portata universale”: di tutto questo sono impregnate le foto di Nomachi.
Fortunata Grillo

Fino al 4 maggio 2014
museomacro.org/it/macro-testaccio

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Il Capitale Umano

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L’ultimo lavoro di Paolo Virzì è ambientato nell’Italia del nord e racconta le vicissitudini di due famiglie, gli Ossola e i Bernaschi, rilevando i chiaroscuri di un’umanità d’impronta brianzola ormai alla deriva.

La prima scena ci fa vedere un “povero cristo” ciclista investito da una Jeep e lasciato moribondo in un fosso. Da qui, attraverso il percorso di quattro personaggi, si scoprirà chi era al volante e quindi il colpevole di mancato soccorso.

Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni) un wolf della finanza del Belpaese è per Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), un self-made agente immobiliare, la “luce dei suoi occhi” e aspira ad entrare in affari con lui.

Sta di fatto, che sua figlia è la fidanzata del Bernaschi junior e questo facilita Dino nel poter conoscere e conquistare la simpatia di Bernaschi senior.

Prima di scoprire l’autista della Jeep assassina “sfileranno” le vite di altri personaggi: Carla Bernaschi (Valeria Bruni Tedeschi), benestante signora su tacchi a spillo, una Blue Jasmine all’italiana; Roberta Morelli (Valeria Golino), moglie di Dino e psicologa del profondo ma poco attenta a ciò che succede in superficie; Luca Ambrosini (Giovanni Anzaldo), un giovane adolescente vittima di stalking da parte della sfortuna e capro espiatorio del male di questa bella comunità italica.

Piacevolissimo Gifuni negli accenti lombardi e gutturali accompagnati da movimenti a mo’ di scossa elettrica per emozioni trattenute; Bentivoglio sembra abbia aperto il baule della commedia dell’Arte per acchiappare un’entità meschina e saltellante come il suo personaggio; Luigi Lo Cascio dà vita a un intellettuale sensibile, ambizioso e squattrinato cui non sembra vero essere riuscito a irretire la moglie di un magnate.

Paolo Virzì ha preso ispirazione dall’omonimo libro scritto dall’americano Stephen Amidon e ambientato nel Connecticut, ma il regista ci ha visto, senza alcuna difficoltà, il nord d’Italia e… non solo!

Ci si vede questo Paese, anticamente culla della civiltà, lasciato agonizzante e in balia d’interessi privati. Ci si vede una metafora dell’Italia in questo ciclista investito sulla strada e aiutato solo da qualche passante anonimo che mosso da un sano senso civico e umano chiama i soccorsi. Virzì racconta la verità dell’Italia. Quando ci sono i disastri quelli che si tirano su le maniche, sono le persone senza volto che fanno appello ad un altro modo di sentire le cose e che sono fortunatamente la speranza di un futuro migliore.

Un thriller nel quale fa capolino la commedia all’italiana e rimane agghiacciante nella sua spietatezza. Ciò che conta nella vita sono i soldi e l’apparenza. Il resto è futile. Gli ingredienti per un film riuscito ci sono tutti. La sceneggiatura, la struttura ad intreccio ben calcolata, un cast di grandi interpreti e un titolo di richiamo, il Capitale Umano.

Il regista livornese ha raccontato la storia vera di una certa classe sociale – come ha fatto nei suoi lavori precedenti e indimenticabili – piena di privilegi, nella nostra amata Italia, con grande maestria. Manca tuttavia quella magica essenza che sussiste davanti ad un masterpiece e che dona allo spettatore una visione più ampia e liberatoria.

Fortunata Grillo

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