IN CRYPTA A ROMA

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I cristiani dei primi secoli elaborarono un linguaggio simbolico figurato fatto di elementi semplici, tratti per la gran parte dalla vita quotidiana, in modo tale che il loro significato fosse accessibile e facilmente compreso da tutti i fedeli.

A quest’argomento è dedicata una Mostra in corso di svolgimento nella suggestiva Cripta della Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio sul colle Aventino.
La chiesa risale a prima del X secolo e, nel corso del tempo, venne rimaneggiata a più riprese. Oggi, si distinguono in particolar modo: il campanile romanico, il portico medioevale e la facciata cinquecentesca.

Sette artisti (Y. Ekman, E. Gabrieli, A. Grieco, R. Miranda, R. Monachesi, J. Pignatelli, M. van Wees), attraverso le loro opere scultoree, si sono interrogati sul valore umano, divino e soprattutto creativo dei millenari simboli cristiani: “Simbologia Sacra nella Scultura Contemporanea”. Questo ha posto gli stessi scultori, e in seguito anche i visitatori, davanti alla funzione originaria del simbolo.

In principio, la parola “simbolo” significa un qualsiasi oggetto, situazione o essere vivente, la cui immagine sia ben chiara nel mondo, ma il cui significato non si possa collegare pienamente, se non nella “propria ed individuale” dimensione spirituale, creativa e quindi immaginativa.
Non è a caso che Arte e Simbolo sono stati sempre imprescindibili l’uno dall’altro.

Ciascun artista ha scelto un simbolo cristiano (la Stella, la Coppa, la Turris Eburnea, la Natività, il Titulus Crucis, la Croce e la Scala) e l’ha reso un punto di appoggio per sostenere lo sforzo creativo, necessario a connettere la propria esistenza terrena con le sfere superiori dell’Aldilà, in un continuo fermento.
Fortunata Grillo

Fino al 7 gennaio 2014
Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio
Piazza Sant’Alessio, 23

CATALOGO DIGITALE DELLA MOSTRA

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Venere in Pelliccia di Roman Polanski

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In una magica osmosi tra lo spettatore e l’attore, donataci da un piano-sequenza in soggettiva, percorriamo un tipico boulevard di Parigi, poi giriamo a destra, ed entriamo in un teatro.

Sentiamo di essere in compagnia di una presenza maestosa ma di non facile comprensione. Così come quando esperiamo il buio, tutti i sensi sono stimolati e incoraggiati a percepire, per giunta sono bramanti ad accogliere, nell’attesa, il piacere fisico e completo della visione. Ecco l’incipit!

Thomas (Mathieu Amalric), un regista forse di talento, discorre, con la “sua dolce metà” al telefono, di quanto sia stata fallimentare la sua giornata. Dopo aver fatto le audizioni a ben trentacinque attrici, non ha ancora trovato colei che possa incarnare la protagonista della pièce teatrale, che lui stesso ha adattato dal romanzo Venere in pelliccia (1870) di Leopold von Sacher-Masoch.

Prende corpo, inaspettata e in forte ritardo, una donna di nome Vanda (Emmanuelle Seigner è “venerabile”) e dice di essere lì per l’audizione; da subito i suoi modi, un po’ volgari e non in sintonia con la sensibilità del regista, la mettono in cattiva luce riscuotendo un trattamento poco accogliente da parte di Thomas, tant’è che la accompagna verso l’uscita.

Può un uomo, in questo caso tenero e un po’ narciso, incollato alle sue piccole certezze, scrollarsi di dosso con nonchalance la potenza gentile e furiosa di una Venere/Iside?

Polanski parla di questo nel suo film: “E il Signore Onnipotente lo colpì e lo mise nelle mani di una donna”(Giuditta 13,15).

Sul palcoscenico, Vanda dimostra di essere in pieno possesso di appropriati modi e pensieri per dare vita all’omonima protagonista del romanzo. Se inizialmente Thomas ne è infastidito, poi ne rimane affascinato, intrigato dal potere del suo eros. E in un pas de deux giocoso e saltellante tra finzione e realtà, lei dona a lui quello di cui ha bisogno per liberarsi dai suoi traumi infantili: la frusta, l’umiliazione, le forme sinuose della femminilità e la trasgressione. E così, le pieghe e i dettagli della storia dell’eros vengono spazzate via dalla furia di un’unicità di cui Vanda ne è portatrice.

La dea non subisce e non accetta la visione che l’uomo vorrebbe “innestarle” in un incessante gioco di potere tra i sessi. Lei è una dea, integra e potente, pertanto sterminatrice e “baccantica”.

Il sacrificio della dualità è necessario di questi tempi. Polanski, nella sua tenera età di ottant’anni, ne è consapevole e questo film è un atto d’amore disinteressato per la sua donna (Emmanuelle Seigner è la sua attuale moglie)… e per le donne. E, forse, ancora di più per l’uomo.

Fortunata Grillo

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Via Castellana Bandiera, l’esordio al cinema di Emma Dante

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L’esordio al cinema di Emma Dante, autrice anche dell’omonimo romanzo e “signora” di teatro, è dirompente e straordinario nella sua semplicità. Emma Dante è riuscita a coniugare la forza delle immagini con il potere catartico e terapeutico dell’antica tragedia greca.

Il film è stato presentato in concorso alla 70ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia, raccogliendo il Premio Coppa Volpi per la Migliore interpretazione femminile assegnato all’attrice Elena Cotta.

Due donne s’incontrano “muso contro muso” con la macchina in una piccola e desolata strada della Palermo periferica. Nessuna delle due è disposta a cedere il passo e a fare retromarcia. Samira (Elena Cotta), una donna anziana e vestita di nero per la morte della figlia, e Rosa (Emma Dante), una quarantenne scappata dal capoluogo siculo e dalla sua famiglia, si aggrappano entrambe al volante con l’intento di proseguire in avanti perché è l’unico senso che le donne conoscono. Nella loro testa non è contemplato il retrocedere. Tornare indietro fa male; è insopportabile e chissà quante volte è successo: per paura, per assecondare gli altri, per necessità, per un’antica fragilità, per nascondersi da se stessi… Ora, entrambe sanno che è giunta l’ora di oltrepassare. Entrambe affronteranno la parte oscura di loro stesse. C’è una forte dimensione dionisiaca in questa vicenda che è quella di guardare e gettarsi nell’abisso, confrontarsi con l’orrore senza esserne piegati, accettandolo e dichiarando sì alla vita, paradossalmente nella rinuncia a essa.

Interessante vedere come l’universo maschile si affanna e si adopera nel poter trarre beneficio, ma il fulcro decisivo sono le due donne contenziose, chiuse nel loro abitacolo, che si scrutano vicendevolmente. All’inizio si guardano con sfida e carica emotiva, poi nasce la curiosità e dopo, inaspettatamente, un sentimento quasi amorevole e di stima reciproca. Meritevole la scena in cui Rosa cerca di svegliare Samira accendendo e spegnendo i fari della sua automobile, preoccupandosi per lei. Quest’ultimo è un dettaglio molto importante che ha il sapore di un antico codice di comportamento nell’arte della guerra.

C’è un senso dell’assoluto in questi personaggi che trascende il transitorio e ci fa vedere oltre, nelle nostre vite… nel nostro Paese. I personaggi sono indifferenti a tutte le distrazioni che si muovono intorno, anzi, ce li fanno vedere chiaramente come tali, tant’è la forza centripeta dello stare lì bloccate in una viuzza trasformata in un vero e proprio ombelico del mondo. E’ strano assimilare quanto il senso comune del vivere, nell’esistenza di queste donne, appaia come un misero sopravvivere.

I tempi sono maturi per affrontare e integrare il Minotauro a vantaggio di una consapevolezza più autentica dell’esistenza. E così, Via Castellana Bandiera diviene una torretta di osservazione del mondo, uno stato dell’essere che ha superato il trauma e riprende con sé il punto di vista delle “stelle”.

Fortunata Grillo

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Universitari, molto più che amici

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Non c’è dubbio che il periodo goliardico, quella fase della vita che si ricorda –per chi l’ha superata già da tempo- come un vero e proprio miltoniano Paradiso perduto , abbia in sé angosce e irrequietezze come tutte le altre fasi della vita.

Federico Moccia ( Scusa ma ti chiamo amore, Amore 14… ) ha deciso, dopo essersi abbondantemente occupato in precedenza dell’età adolescenziale prima con la scrittura e poi con la pellicola, di raccontare al cinema la fase post-adolescenziale.

Universitari, molto più che amici” tratta della storia di sei ragazzi i quali si trovano a condividere una casa, anzi una villa un po’ malmessa, per un anno insieme.

Moccia è abile a tirare fuori storie definite, quasi grossolanamente, strappa lacrime e/o succhia emozioni con l’happy end “in abbonamento”. I ragazzi-protagonisti in questione sono quasi tutti fuori sede e per alcuni di loro, vieni fuori con lo sviluppo della trama, che l’Università rappresenta una via di fuga dalla famiglia con la quale si ha un cattivo rapporto o da un passato che si vuole dimenticare. Sei ragazzi, sei universi che s’incontrano/scontrano vicendevolmente e “usando” la strada dei buoni sentimenti, l’altruismo e la generosità, daranno alla storia un lieto fine da applauso.

Moccia dichiara che il suo film è lo specchio dei tempi, ma ne siamo proprio sicuri?

Di sicuro in questo film sono dominanti i luoghi comuni e i cliché che vengono fuori a ogni piè sospinto. Piuttosto infelice la battuta di Alessandro ( Primo Reggiani ): ”La donna a quarant’anni è come la Romania o l’Albania, tutti sanno dove si trova ma nessuno ci vuole andare”.

Il cast è quasi tutto di giovani esordienti tra cui il bel parigino Brice Martinet e con la rentrée al cinema di Barbara De Rossi nel ruolo di madre.

Lascia con tante domande questa pellicola ma conoscendo la poetica del regista, forse creata scaltramente a tavolino, tutti gli interrogativi si svuotano. Viene tuttavia da domandare se nelle sue prossime fatiche cinematografiche è contemplato il periodo post-universitario.

Universitari, molto più che amici ” esce, per la felicità degli ex-adolescenti, il 26 settembre ed è distribuito da Medusa Film.

Fortunata Grillo

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LE CORBUSIER AL MOMA DI NEW YORK

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Nel prestigioso spazio della metropoli americana riprende vita fino al 23 settembre, anche se in dimensioni ridotte, il celebre Cabanon, progettato e costruito dal padre del razionalismo come suo personale buen retiro nelle stagioni calde a Cap Martin, in Costa Azzurra.
Disegnato nel 1951 su un tavolino del Caffè Etoile de Mer come regalo di compleanno per la moglie Yvonne, la sua storia è su tutti i manuali di architettura.
A prima vista, dall’esterno, il Cabanon può essere agilmente rubricato come “una semplice e piccola baracca di legno rustico”, se non fosse per il grande valore architettonico, carico di densi contenuti che racchiude al suo interno. Tant’è che continua a essere fonte d’ispirazione e oggetto di studio nelle università.
Infatti, l’arredamento è studiato con precisione millimetrica, applicando le regole del Modulor, cioè della scala proporzionale ottenuta da Le Corbusier combinando sezione aurea e misure standard del corpo umano.
“Il più grande architetto del mondo in una baracca in riva al mare”, così recitava un manifesto affisso per anni negli studi di architettura dediti al corbusianesimo ortodosso. In sintesi: “se gli alloggi vanno bene per le persone per le quali vengono costriuti, vanno bene anche per colui che li crea”. Da qui nascono domande che portano alla luce aspetti più profondi del Nostro.
A ben vedere, questo semplice manufatto (3,66 di larghezza e 2,26 di altezza) racchiude all’interno le meraviglie, i prodigi e la psyché del genio corbusiano

La mostra, intitolata An Atlas of Modern Landspaces, è realizzata da Cassina in continuità con la fortunata ricerca della Collezione “I Maestri”.
Fortunata Grillo
www.moma.org

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EDUCAZIONE SIBERIANA

educazione_siberianaL’ultima fatica del regista Gabriele Salvatores, Educazione  siberiana, porta sullo schermo la storia di “onesti criminali” del profondo far “Est” ovvero di un angolo sperduto, Fiume Basso, della galassia sovietica degli anni ’80. E’ tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Nicolai Lilin.
Kolima e Gagarin, due bambini di 10 anni, crescono insieme e vengono educati dal nonno -maestro di vita-  Kuzja (John Malkovich) all’arte delle armi e del furto, dentro un rigido codice d’onore misto ad un profondo ed intimo sentimento religioso. E’ una vera e propria educazione criminale che rispetta quasi tutti gli esseri viventi. Sono esclusi: i banchieri, la polizia, gli usurai, e quindi rubare a questa gente è permesso. La comunità di siberiani a cui appartengono i due ragazzi, nonostante sia forte ed organizzata, davanti ai cambiamenti della storia contemporanea –la caduta del muro di Berlino e la sparizione dell’Unione Sovietica- comincia a franare. I ragazzi si trovano disorientati e devono scegliere a quale ordine di idee aderire. E’ la storia di un ossimoro dal sapore epico.Una giostra di mille colori gira al centro di una piazza innevata e circondata dalla classica e grigia architettura sovietica. I ragazzi si avvicinano alla giostra ed assaporano quell’orgia di colori -per loro insolita!- e quel sound occidentale che diffonde mentre volteggia su se stessa, e guarda caso è il brano di David Bowie, Absolute Beginners. E’ una scena di grande impatto emotivo che segna l’inizio di un nuovo ordine “senza ordine”.
Salvatores lavora per la prima volta con un cast artistico del tutto internazionale e il film viene girato in Lituania in lingua inglese. Il risultato è una pellicola viscerale e dura così’ come lo sono i principi che regolano il sistema di valori di questi uomini e come anche lo è il clima di questi posti (le temperature scendono non di rado al di sotto dei -50 °C.). Un freddo impensabile ed invivibile per noi occidentali. Un freddo che tempra i corpi e prepara le anime ad una lotta continua.
In uscita nelle sale italiane il 28 febbraio in 350 copie, distribuito da 01Distribution.
Fortunata Grillo
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Conosciamo un po’ Massimo Wertmüller

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Artista che dimostra una notevole versatilità: oltre ad essere attore di cinema, di teatro e di televisione. In Semo o nun semo di Nicola Piovani, la scorsa stagione al Teatro Ambra Jovinelli di Roma, ha rivelato una lodevole capacità di interpretare le canzoni “romanesche” secondo lo spirito dei grandi cantanti del passato, in particolare di Ettore Petrolini.

Massimo Wertmüller, iniziamo con una curiosità: il tuo cognome è di origine tedesca? In tal caso, andrebbe scritto con la dieresi sulla “u”?

Massimo Wertmüller – Il mio cognome è di origine svizzero-tedesca. Un lontano avo vinse, pare, un duello per amore ma fu costretto a scappare in Italia. E poi sì, quando fosse possibile, sulla “u”andrebbero i due puntini.

Cosa ha determinato la scelta di fare questo “mestiere”?

Massimo Wertmüller – Vidi, ai tempi della scuola media, uno spettacolo per me folgorante, Masaniello, al teatro Tenda di Roma. E sempre ai tempi della scuola, ma stavolta al liceo, demmo vita ad una compagnia amatoriale, che però faceva spettacoli “impegnati” come Ubu Re, chiamata La Pochade, dove capii che amavo molto quello che facevo e che avrebbe anche potuto diventare il mio mestiere.

Rimpianti a questo riguardo?

Massimo Wertmüller – Forse, a conti di oggi fatti, il mio mestiere sarebbe stato meglio se fosse stato un altro. L’avvocato, per es., un lavoro di famiglia.

Quanto conta la passione in ciò che fai?

Massimo Wertmüller – Il mio è un lavoro sempre più duro. Sempre più difficile da svolgere. E sempre meno meritocratico. Se non ci fosse stata, quindi, la passione a supportare tutto sarebbe stato davvero complicato.

Tra i personaggi da te interpretati, qual è quello a cui sei più legato, e perché?

Massimo Wertmüller – tutti. Ma una grande esperienza è stata quella di interpretare Eufemio ne In nome del popolo sovrano di Luigi Magni.

Una delle tue passioni è la storia: in quale periodo storico ti sarebbe piaciuto vivere e quale personaggio storico ti piacerebbe interpretare?

Massimo Wertmüller – Mi sarebbe piaciuto vivere ai tempi antichi di Roma o Atene. Poi nel medioevo. Oppure ai tempi della Repubblica Romana di Ciceruacchio. Un personaggio storico-mitico che mi ha sempre affascinato e che mi piacerebbe qualche autore riscrivesse per me, anche in un suo “trancio-di-vita”, è senz’altro Ulisse.

Parlaci un po’ di cosa hai provato in questa esperienza di cantante della romanità.

Massimo Wertmüller – L’esperienza canora è stata un’invenzione di Nicola Piovani, a cui va la mia gratitudine anche per il ruolo che mi ha offerto nello spettacolo e per l’esperienza intera, che si è rivelata così emozionante e di successo. Ho provato, forse, qualcosa di molto vicino a quello che devono provare le rockstar. La gente, in qualche caso, ha accompagnato le canzoni cantandole insieme a noi, agitando a ritmo gli accendini accesi.

C’è speranza di rivedere questo spettacolo, magari anche in tournée in altre città (anche estere, perché no)?

Massimo Wertmüller – Fosse per me, quasi vivrei di questo spettacolo. E’ diventato sempre più difficile produrre, e questo spettacolo in particolare mi si dice essere molto costoso.

Un sogno nel cassetto di Massimo Wertmüller?

Massimo Wertmüller – In generale, sperare di essere sempre più sereno e in buona salute. Nel lavoro mi auguro di trovare opportunità che oltretutto mi piacciano e, se possibile, sempre più stanziali.

Cosa stai facendo in questo momento e se vuoi anticiparci qualcosa riguardo ai tuoi progetti futuri.

Massimo Wertmüller – In questo momento sto collaborando coi RIS. Interpreto un generale che appare quasi come un fantasma ma che lascia sempre il suo segno. Poi dovrei partecipare a In nome del Papa Re di Luca Manfredi

Fortunata Grillo

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Te voglio bene assaje… di Guglielmo Cottrau

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“Pecche’ quanno me vide, te ‘ngrife comm”a gatto?, Nenne’ che t’aggio fatto?, ca no mme puo’ vede’?, Io t”aggio amato tanto, si t’amo tu lo saie, io te voglio bene assaje, e tu nun pienze a me!”. Sapevate che a musicare questo brano della più antica tradizione napoletana è stato un certo italo-francese di nome Guglielmo Cottrau?

Uomo di lettere, compositore di musica e autore della celebre raccolta Passatempi musicali; “inventore di un genere di canzoni in seguito chiamate CANZONI NAPOLETANE”, così il noto critico dell’800, M. A. de Gubernatis definiva il ruolo di Guglielmo Cottrau che nasce a Parigi nel 1797 e muore a Napoli nel 1847. In quest’ultima città trascorse quasi tutta la sua vita dedicandosi alla gestione della casa editrice musicale Girard, diventata grazie al suo operato la più importante d’Europa tra il 1828 e il 1848. La Girard era proprietaria delle opere di Donizetti, Bellini, Mercadante e di altri musicisti con gran parte dei quali Cottrau aveva un rapporto di amicizia fraterna.

Dopo la prima edizione del 1885, pubblicata in lingua francese, di Lettres d’un mèlomane, pour servir de document à l’histoire musicale de Naples de 1829 à 1847, di recente è stata data alle stampe una nuova edizione, dopo ben 135 anni, in italiano e curata da Massimo Distilo (Università della Calabria), per i tipi della casa editrice Laruffa. Un lavoro prezioso per gli studiosi di musica, per gli etno-musicologi e per chi è appassionato non solo di musica ma anche di storia dell’editoria musicale e, aggiungo, anche per coloro che amano l’arte del buon leggere e del buon pensare. Grazie ad una attenta e delicata traduzione – del medesimo curatore – dell’epistolario che Guglielmo Cottrau mantenne con i suoi amici musicisti e con la sua famiglia, la quale viveva a Parigi, viene fuori uno spaccato di un uomo “sensibile e non di rado distante rispetto alla ricerca dell’utile immediato”, oltre che della società dell’epoca.

Finalmente anche in Italia conosciamo il volto, le emozioni di un uomo “febbrile e oculato”, dell’inventore di Cannetella, Carmené sto tinto ccà, Fenesta vascia, La monacella, La scarpetta, Antonià, Raziella, La vedovella romana e tante altre canzoni, nonché attento e capace gestore di una importante casa editrice musicale. In questo volume ci sono anche, per chi vuole provare a eseguirle, alcuni spartiti delle canzoni sopra citate e qualche raro dagherrotipo della famiglia Cottrau.

Si prova una tale gioia quando un libro nutre non solo l’intelletto ma anche il cuore.

 

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Ivano Fossati lascia le scene con il suo Decadencing

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Per uno come te che vive di musica, che vuol dire: “Ho 60 anni e lascio il mestiere?”

Ivano Fossati – Non è un passaggio facile, pensavo lo fosse. Mi sono preparato per quasi quattro anni e sono arrivato a domenica scorsa che è stato il giorno in cui ho avuto la presunzione di annunciare questa decisione. Pensavo di averla sedimentata, mi sentivo sicuro e abbastanza forte. Ma nell’istante in cui le parole ti escono dalla bocca – quelle parole lì – ti accorgi che non può essere facile… e deve essere così! E’ un passaggio importante della mia vita e viene dal profondo.

Come puoi separare da te stesso l’Ivano Fossati che sei stato fino ad oggi?

Ivano Fossati – Non mi separerò mai dalla mia unica e grande passione di monomaniaco, la musica. Questo non mi abbandonerà mai. Appena finita la tournée, io ricomincerò a studiare. Le persone che mi conoscono sanno che non posso stare un giorno senza esercitarmi almeno un’ora. La mia professione della discografia e dell’incidere le canzoni termina qui. Sono stato fortunato e privilegiato perchè ho fatto per 40 anni questo mestiere – come racconto nel libro Tutto questo futuro, edito da Rizzoli – senza un giorno che non fossi coperto da un contratto discografico. Questo può sembrare una cosa fredda, ma è un motivo che mi ha tenuto agganciato al mio lavoro. E per quelle quasi 500 canzoni e brani musicali che ho scritto, per tutte le persone che ho conosciuto, gli artisti con cui ho lavorato e i viaggi continui che ho fatto, ho creduto ultimamente che fosse abbastanza per me. Poi lo faccio anche perché credo che nel mio mestiere ci debba essere sempre qualcosa di innovativo e quindi non so se sono in grado di rendere innovativa, tra 3/4 anni, la mia musica. Io preferisco fermarmi ad un punto del quale mi riconosco… ora!

 

In un Paese come l’Italia dove nessuno si dimette mai, qualcuno che dice: “Ho dato il mio, avanti un altro” è meraviglioso. Anche Vasco Rossi l’ha fatto prima di te…

Ivano Fossati – Quando Vasco ha dichiarato un rallentamento della sua attività, io mi trovavo a Londra per terminare il disco. Ho pensato che un uomo di circa 60 anni che fa una dichiarazione del genere è altamente rispettabile. Anche per lui questa decisione sarà venuta dal profondo del suo animo. Nella sua dichiarazione ho visto una parte della mia che sarebbe venuta dopo.

Questo disco parte da due cose bellissime: un titolo Decadencing e la foto. Sono due cose in contrasto… puoi raccontarci qualcosa a riguardo?

Ivano Fossati – Decadencing è l’unione di due termini avvitati l’uno nell’altro. Uno molto grave, decadenza, soprattutto quella morale, quella che ci circonda. A quelli che mi dicono che le parole della canzone sono taglienti e gravi, rispondo: “Ma voi dove vivete, su quale stazione televisiva siete sintonizzati?” La seconda, dancing, indica il ballare sopra questa “cosa” grave. Siamo un popolo capace di ridere di noi stessi e qualche volta nella sintesi di una canzone di 4 minuti, l’ironia può essere la chiave efficace per raccontare. Ho scelto di innestare il testo della decadenza su una musica relativamente facile, un rhythm and blues che si ripete. Invece la fotografia è una via di fuga e di serenità. E’ una cosa che ho ricordato a me stesso per tutto il tempo in cui ho lavorato al mio disco. C’è una canzone che si intitola Nella terra del vento che è costruita sulla fotografia. E’ un modo per passare dalla decadenza a quello che si vede nella foto, almeno nello spirito. Non è detto che bisogna sempre scappare o essere con la valigia in mano, però il nostro spirito lo può fare. A volte un’alleanza forte con una persona che ci sta accanto è una via di fuga già compiuta. Chi ha la fortuna di avere questo ha già salvato una parte della sua vita e forse non deve scappare…

Come vivi questo momento di visibilità estrema con libro, disco e ritiro?

Ivano Fossati – Sarà solo per una settimana.

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GLI ALIENI MI HANNO SALVATO LA VITA

maurizio-baiataMolte persone nel mondo affermano di essere stati o di essere ancora in contatto con entità provenienti da altri mondi. Maurizio Baiata è un giornalista investigativo, ex-critico musicale e da oltre un ventennio ricercatore UFO. Questo libro nasce, oltre ad uno studio e ad una ricerca meticolosa di conoscenze e prove, anche da esperienze vissute direttamente dall’autore.

1. Perchè questo libro? E che cos’è l’ufologia oggi?

Maurizio Baiata – Questo libro nasce da un’esigenza personale, quella di raccogliere finalmente una parte delle mie esperienze, di quanto ho vissuto dal 1971 al 2010, in un libro. Per un giornalista è forse un punto di arrivo, per me è un punto di partenza, dopo due anni vissuti a Phoenix, in Arizona, nei quali ho creduto che avrei coronato il mio “American Dream” ma, come tutti i grandi sogni, si è trasformato in qualcosa di profondamente introspettivo e mi ha dato la forza di scriverlo. Forse, appunto, l’inizio di un nuovo percorso di vita.
L’ufologia è ancora oggi lo studio di un fenomeno di portata incalcolabile, nulla di noto scientificamente, ma ben radicato nella coscienza di ognuno di noi, se dotati di spirito e mente attivi e scollegati dal contesto del pensiero dominante.

2 . Ne Gli alieni mi hanno salvato la vita racconti la tua vita accompagnata dalla musica rock dagli anni ’70 in poi. Nel libro dici che quella musica era ispiata dagli Alieni… Ci spieghi questo contetto?

Maurizio Baiata – Non tutto il Rock scaturiva da un’ispirazione aliena, no di certo. Però per dare una spiegazione chiara mi riferisco e consiglio di vedere e ascoltare l’ultima parte del film Woodstock, recentemente ripubblicato in dvd. Jimi Hendrix, con la sua Band of Gypsys all’esordio dal vivo, suonò per ultimo, davanti a un pubblico di non più di 50.000 persone. Nella registrazione Jimi esegue tre brani, in una sequenza leggendaria imperniata sulla sua versione assolo dell’Inno Americano e conclusa conPurple Haze. Basta questa sequenza a capire se o meno il Rock sia siato ispirato da Altrove. Per me Altrove, Assoluto e Alieni sono lo stesso mondo, al quale abbiamo accesso a volte nella vita, quando il nostro cuore è collegato da un filo magico al soprannaturale, una condizione speciale, ma possibile. Inoltre, molta musica elettronica e cosmica tedesca soprattutto, ma anche anglosassone, nonché quella acida californiana dei primi anni Settanta traggono spunto, nei testi e nelle musiche dalle dimensioni aliene, il nostro naturale tendere allo spazio profondo e all’ignoto. Se, anche in questo caso, dobbiamo fare un esempio, i Pink Floyd.

3. La tua esperienza inizia dall’incidente quando avevi 20 anni e dal tuo contatto con altre realtà. Viene fuori quanto la nostra vita sia preziosa e quanto sia fondamentale viverla con consapevolezza… In questo periodo di crisi, soprattutto lavorativa oltre che morale ect, cosa puoi dire ai giovani che si rabattono per uno straccio di lavoro, dopo la tua esperienza di contatto con altre realtà?

Maurizio Baiata – Abbiamo un dono, quello della vita. A qualcuno il concetto stesso di vita sta scomodo, perché non si riconosce in ciò che fa e che sperimenta ogni giorno. È una visione limitata, questa, con il paraocchi. Nella mia visione non c’è alcunché di religioso, ma se si ascoltasse il cuore prima del cervello, se ci lasciassimo guidare più dall’intuito anziché dalla ragione potremmo cogliere il positivo, grandioso, della nostra esperienza su questo pianeta. Due punti di riferimento. Il primo, il bambino ha il cuore puro. Il secondo, il vecchio ha esaurito le speranze. Nella terra di mezzo rappresentata da tutto ciò che viviamo dalla nascita alla morte c’è il sogno, la dimensione astrale del nostro essere. Perché dunque credere di doverci ancorare a concetti di spazio e di tempo, quando in realtà tali confini sono stati delineati solo a fini di dominio, culturale, sociale e pratico, da poteri occulti che sanno invece benissimo chi noi uomini siamo veramente? La rivoluzione nasce prima sul piano interiore, poi si esplica esteriormente e state certi che questo al potere fa paura.

4. Come vivi la tua vita quotidianamente ed oggi che musica ascolti?

Maurizio Baiata – La vivo nella consapevolezza di essere qui e altrove nello stesso tempo, di essere connesso a migliaia di persone che la pensano come me, la vivo cercando di percorrere una strada nuova, nello scrivere ancora questo è vero, ma soprattutto nel voler esprimere il massimo impegno nel campo delle abduction/esperienze di contatto con altre entità. Lo sento dentro come un compito preciso. Al quale forse sono sfuggito per cecità per molti anni, ma poi è andata così, improvvisamente ho aperto gli occhi e ho sentito un richiamo, potrebbe essere RISONANZA, con le energie vitali che mi circondano e, anche, mi chiedono aiuto. Posso farlo? Mi sono chiesto. E la risposta viene ogni giorno. Forse non ancora, ma domani sì.
La Musica: quello che contengono i miei CD. Ma ho riattivato il giradischi e qualunque cosa giri su un disco… vola.

5. Nella conversazione con il maestro ad una tua domanda lui rispode: Lascia che il fiume segua il suo flusso… e tutto dipende dalla tua visione mentale o animica. Puoi spiegare e mettere a confronto le due visioni?

Maurizio Baiata – Lascia che il fiume segua il suo flusso potrebbe essere la trasposizione della mia speranza in una vita migliore nello scorrere degli eventi. Quindi nel lasciarsi andare, senza frapporre ostacoli dettati dalla volontà del raggiungimento di un obiettivo. Questo, nel mio caso, si è perfettamente realizzato. E infatti sono qui a testimoniarlo, altrimenti sarei ancora negli USA e certamente non nella condizione che qualcun altro ha previsto di riservarmi. Il fatto che tutto dipenda dalla nostra (mia) visione mentale o animica mi sembra possa essere spiegato nella nostra facoltà di “parlare” con noi stessi, per cercare di dialogare con la dimensione dell’inconscio. Ho un momento da riferire, per essere più chiaro. Può accadere che la “tua visione mentale o animica” si espleti in una figura specifica. Un “essere” che vediamo con gli occhi della mente, o dell’anima. Che ci scruta, ci osserva sogghignante. La prima sensazione è di timore, dire “cosa ci fa tu li’? Perché mi guardi così? Cosa vuoi tu da me?”. La risposta non arriva, l’essere si ritrae in silenzio, svanisce lentamente, evanescente. L’essere è il riflesso di noi stessi, il nostro specchio. L’immagine che se ne va, quasi nel nulla, rappresenta il liberarci dalle paure del nostro subconscio che, per un attimo, si è fatto vedere e non è stata una visione positiva. Il punto dunque d’arrivo è: NON AVERE PAURA DI SE STESSI.

6. Quali sono i tuoi progetti futuri? E per te alieno è sinonimo di… ?

Maurizio Baiata – Progetti. Realizzare la seconda edizione del mio primo libro, da far giungere in libreria, potrebbe interessare un pubblico che non sono riuscito a toccare via internet. Pubblicare il libro di Michael Wolf Catchers of Heaven, in seconda edizione riveduta e corretta. Pubblicare il libro di Mary Rodwell Awakening, una guida fondamentale per lo studio e l’approccio terapeutico anche in chiave olistica dei fenomeni di Contatto. Scrivere un secondo e terzo libro, sulla Musica e sugli Alieni, ancora. Aprire il mio blog. Essere al servizio delle persone che vogliono capire cosa vuol dire vivere esperienze di Contatto.
Alieno è sinonimo di Libertà.

Fortunata Grillo

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